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Venerdì, 19 Agosto 2022 13:20

LE MOTIVAZIONI DEL GIUDICE/ “Non è possibile stabilire il nesso di causalità tra la morte del piccolo Lorenzo e l’inquinamento” In evidenza

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 “Permane un’insuperabile situazione di ragionevole dubbio circa l’effettiva sussistenza del nesso causale fra la presunta condotta ascritta agli imputati e il decesso del piccolo Lorenzo”. Cosí, nella sentenza, il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Taranto, Pompeo Carriere, ha motivato un’assoluzione e il non luogo a procedere per altri 8 imputati decisi lo scorso 12 luglio per la morte del piccolo Lorenzo Zaratta, di 5 anni, di Taranto, avvenuta a fine luglio 2014 per le emissioni inquinanti dello stabilimento siderurgico ex Ilva. Si tratta del periodo della gestione Riva della fabbrica. Il gup scrive nelle motivazioni che “la letteratura medica, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, non consente di affermare la sussistenza di una ‘correlazione causale’ tra inquinamento ambientale-atmosferico e tumori del sistema nervoso centrale e segnatamente dell’astrocitoma”, la patologia, questa, che ha causato il decesso del bambino di Taranto. 

 

A metà luglio il gup ha assolto Angelo Cavallo, dirigente della fabbrica, che aveva chiesto il rito abbreviato, e per il quale il pm Mariano Buccoliero aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi. Il gup ha inoltre stabilito che non vi sia il processo per gli altri otto imputati che avevano optato per il rito ordinario. Si tratta di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva fino al 3 luglio 2012 e degli ex responsabili dell’Area Parchi Minerali, Giancarlo Quaranta e Marco Adelmi, del capo dell’Area Cokerie, Ivan Di Maggio, del responsabile dell’Area Altiforni, Salvatore De Felice, dei capi delle due Acciaierie, Salvatore D’Alò e Giovanni Valentino, e di Giuseppe Perrelli, all’epoca dei fatti responsabile dell’area Gestione Rottami Ferrosi. La morte del piccolo Lorenzo ha rappresentato un caso emblematico tra le piccole vittime attribuite alle emissioni della fabbrica dell’acciaio. La tesi dell’accusa ha sostenuto che la mamma del piccolo, lavorando nel rione Tamburi di Taranto, molto vicino all’acciaieria, aveva inalato in gravidanza le emissioni nocive della fabbrica trasmettendole poi al feto. 

 

 Per il gup, però, non si può affermare con certezza una correlazione tra le emissioni e la forma di tumore di cui fu vittima Lorenzo Zaratta in quanto le cause note dell’astrocitoma sono la “predisposizione genetica ereditaria” e le “radiazioni ionizzanti” cioè raggi gamma e raggi X “sia con finalità terapeutica che diagnostica”. E anche se questi due cause costituiscono solo il 10 per cento della casistica, il restante 90 per cento non è stato ancora scientificamente appurato. Per il gup di Taranto “in questo 90 per cento  di cause ignote potrebbe (e mai come in questo caso è d’obbligo il condizionale) esservi anche l’esposizione prenatale a situazioni di inquinamento ambientale -atmosferico” come le “attività del siderurgico”. Questa peró, argomenta il gup Carriere, attualmente è “una mera ipotesi” riscontrabile “in pochi studi di letteratura e che viene formulata sulla base di associazioni statisticamente ‘deboli’ ossia non significative, o che viene presentata come necessitante di ulteriori studi per essere confermata”. Non esiste, per il gup, alcuna tesi provata scientificamente che dichiari una “responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio” per condannare gli imputati e neppure una “ragionevole previsione di condanna” per avviare un processo. Che infatti, per decisione del gup, non ci sarà. 

Giornalista1

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