Martedì, 31 Maggio 2022 21:08

AMBIENTE SVENDUTO/ La Corte d’Assise dice no al dissequestro degli impianti dell’ex Ilva “emissioni mettono in pericolo salute pubblica” In evidenza

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La Corte d’Assise di Taranto ha depositato oggi l’ordinanza con cui rigetta l’istanza di dissequestro degli impianti siderurgici di Ilva in amministrazione straordinaria, area a caldo dello stabilimento di Taranto. La Corte è quella che esattamente un anno fa, con la sentenza del processo Ambiente Svenduto relativo ai reati ambientali contestati alla vecchia gestione Riva, ha disposto la confisca degli impianti, che però scatterà solo se verrà confermata dal giudizio della Corte di Cassazione. Il collegio ora ha respinto l’istanza che a fine marzo avevano presentato gli avvocati di Ilva in amministrazione straordinaria, società proprietaria degli impianti. Giá nelle scorse settimane il no al dissequestro, sotto forma di parere negativo alla Corte, era stato espresso dalla Procura di Taranto che ha ritenuto gli impianti ancora pericolosi. Anche perché gli investimenti dell’Aia non sono ancora conclusi. Lo saranno ad agosto 2023. Gli avvocati di Ilva avevano chiesto il dissequestro in vista delle scadenze contrattuali del 31 maggio 2022, cioé acquisizione dei complessi aziendali Ilva dall’amministrazione straordinaria e passaggio dello Stato al 60 per cento del capitale. Due passaggi chiave che non si sono verificati perchè preliminarmente non è avvenuto il dissequestro degli impianti inserito nel contratto di dicembre 2020. Contratto oggi prorogato dalle parti a Milano sino a maggio 2024 per dar modo a Ilva di riaffrontare le questioni giudiziarie che interessano il sito industriale di Taranto.

 

“Ad avviso di questa Corte, la descrizione dello stato attuale degli impianti, nonché dello stato dei lavori riguardanti il Piano ambientale Aia 2012, riportata dal pm sulla base di numerosi rapporti allegati alle note Arpa, anche risalenti ad epoca recentissima (26 e 29 aprile scorsi), non consente di ritenere in alcun modo superato il presupposto legittimante il sequestro preventivo”.  scrive la Corte D’Assise“attualmente lo stabilimento ancora produce immissioni che mettono in pericolo la salute pubblica, situazione che, è ragionevole presumere, non potrebbe essere evitata”. “In particolare - scrive la Corte -, è di tutta evidenza il riscontro nella mancata esecuzione del Piano ambientale non realizzato, il cui termine, per effetto delle plurime proroghe, è stato fissato al 2023, sicché deve dirsi concreto ed attuale il pericolo di ulteriori conseguenze negative in termini di ambiente e salute”. 

 

- La Corte d’Assise, quindi, ritiene “ancora sussistenti ed attuali i presupposti del sequestro preventivo già disposto dal gip”. “Nel caso di specie e conclusivamente - rileva ancora la Corte -, allo stato dei fatti si ritiene che la realizzazione parziale delle prescrizioni Aia non sia idonea a garantire la sicurezza degli impianti e che la circostanza che anche in condizioni di fermo sostanziale dell'impianto lo stesso, comunque abbia prodotto emissioni superiori ai limiti di legge, sia verosimilmente conseguenza o di un Piano ambientale  nuovamente erroneo oppure di un'erronea applicazione dello stesso da parte dei gestori dello stabilimento”. “Di conseguenza - rileva il collegio -, alla luce di quanto sin qui esposto, questa Corte ritiene che la situazione impiantistica testimoniata dalle numerose e recentissime note Arpa oltre che dai rilevanti eventi verificatisi nei territori adiacenti lo stabilimento ed in particolare nel quartiere Tamburi, allo stato dei fatti sia ancora idonea ad integrare il requisito della concretezza e dell'attualità cautelare”. Per la Corte d’Assise di Taranto, infine, “un eventuale dissequestro degli impianti della c.d. area a caldo ed una conseguente ripresa produttiva degli stessi in assenza di limitazioni e controlli, provocherebbe la perpetrazione ed il consolidamento della grave offesa alla salute collettiva ed alla salubrità dell'ambiente che porto all'applicazione del provvedimento di sequestro preventivo, poi trasformato in sede dibattimentale nella confisca facoltativa tutt'ora in atto”.