Domenica, 14 Febbraio 2021 14:31

LA SENTENZA/ Stop agli impianti, Fim e Uilm all’attacco “così chiude tutto”, Usb “subito accordo di programma” In evidenza

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 “Avevamo criticato i tempi lunghi ma avevamo anche salutato positivamente l’ingresso dello Stato nel pacchetto azionario di ArcelorMittal. Adesso la situazione diventa difficile perché chiedere la chiusura dell’area a caldo significa chiudere tutto lo stabilimento, chiudere tutta Taranto e tutti gli altri stabilimenti Italiani. Perché questi reggono la loro produzione sull’acciaio prodotto a Taranto”. Lo ha dichiarato questa mattina a TgCom 24 il segretario generale Uilm, Rocco Palombella, a proposito della sentenza con la quale ieri il Tar di Lecce, confermando un’ordinanza del sindaco di Taranto, ha disposto che ArcelorMittal in 60 giorni spenga gli impianti inquinanti. 

 

“C’è un progetto con ArcelorMittal e Governo che prevede la transizione ecologica - ha affermato Palombella -, con dei forni elettrici e a gas, che prevede anche il preridotto, e quindi l’utilizzo del carbone si dovrà ridurre negli anni”. “Questa sentenza - ha detto ancora Palombella - provoca un disastro dal punto di vista ambientale, perché gli impianti rischiano di non essere più bonificati, e si rischiano anche i livelli occupazionali. Circa 20mila lavoratori rischierebbero di rimanere senza posto di lavoro”. “Si bloccherebbe un progetto - rileva Palombella - che, almeno sulla carta, aveva la possibilità nel giro di pochissimi anni di riuscire a conciliare il problema della salute dei lavoratori con quelli dell’ambiente e della produzione”. Per la Uilm, “questa sentenza probabilmente è stata decisa qualche mese fa e non tiene conto delle evoluzioni che ci sono state nell’Ilva di Taranto. Nel senso che l’ingresso dello Stato e gli investimenti ambientali eliminerebbero almeno le fonti inquinanti. Adesso è tutto da rifare e mi auguro - ha sostenuto Palombella - che il Governo Draghi intervenga immediatamente altrimenti già da lunedì cominceranno le operazioni di spegnimento perché i tempi massimi sono 60 giorni, ma per poter fermare gli impianti a caldo, si comincia con la fermata nei prossimi giorni”. “Questo - ha rimarcato Palombella - sarebbe un disastro dal punto di vista occupazionale, ma sarebbe anche un disastro ambientale perché per poter risanare gli impianti siderurgici, bisogna averli in marcia. Senza impianti in marcia, rimane il carico inquinante. Abbiamo già  l’esperienza di Piombino e degli altri impianti”. A proposito del nuovo ministero per la Transizione Ecologica, Palombella ha detto che “abbiamo salutato positivamente un ministero dedicato a questo, il tema, però, è come si accelerano i tempi”. Infine ha ricordato che “qualche settimana fa abbiamo ricevuto l’ok della Unione Europea” per l’accordo che ArcelorMittal e Invitalia, società del Mef, hanno raggiunto lo scorso 10 dicembre. Un accordo che ha richiesto mesi di trattative e che segna l’ingresso dello Stato nella società dell’acciaio, portandolo a controllare, a valle del versamento di 400 milioni, non ancora avvenuto però, il 50 per cento dell’azienda per poi salire al 60 per cento nel 2022 con un ulteriore esborso finanziario. L’accordo mette in campo anche un nuovo piano industriale sino al 2025 con obiettivi, a regime, di  1,8 miliardi di investimenti, 8 milioni di tonnellate di produzione e mantenimento degli attuali 10.700 occupati di gruppo, di cui 8.200 a Taranto.

 

 

 

 

“Rispettiamo sempre, come sindacato, ogni sentenza della magistratura ed in coerenza a ciò abbiamo preso tempo per analizzare la situazione che la stessa determina. Ma quanto disposto ieri dal Tar di Lecce circa la chiusura entro 60 giorni della area a caldo della ex Ilva di Taranto, costituisce l’ennesimo ribaltone giudiziario, una minaccia forte alla vita dello stabilimento e al futuro di oltre 20 mila famiglie proprio mentre stiamo discutendo il nuovo piano industriale”. Lo dichiara stamattina il segretario generale della Fim Cisl Roberto Benaglia.

 

“La salute dei cittadini, di cui siamo altrettanto preoccupati come per l’occupazione dei dipendenti - aggiunge il numero 1 della Fim Cisl -, non si tutela azzerando i problemi. Occorre sapere tutti che chiudere l’area a caldo significa automaticamente chiudere tutte le lavorazioni a freddo, con ripercussioni gravi sugli altri stabilimenti del gruppo”. Per la Fim, “Taranto ha diritto di vedere continuare le produzioni attraverso una riconversione produttiva decisa e sostenibile contenuta negli investimenti previsti nel nuovo piano industriale, al centro del confronto col sindacato”. “Fermare l’area a caldo -prosegue  Benaglia - significa mettere Taranto in ginocchio, mettere a rischio il futuro degli altri stabilimenti del gruppo, distruggere la capacità di produzione di acciaio italiana proprio nel momento di forte ripresa della domanda, mettere in difficoltà  molte industrie italiane manifatturiere”. Rispondendo poi agli enti locali e alla Regione Puglia, Benaglia dice che “chi invoca accordi di programma come la soluzione a cui tendere” deve anche sapere che “non c’è nessun futuro credibile e certo per il lavoro a Taranto senza la siderurgia”. “Chiediamo al neo presidente del Consiglio, Draghi, ai ministri Cingolani per la Transizione ecologica e Giorgetti per lo Sviluppo economico, a cui garantiamo la massima collaborazione, di convocare immediatamente tutte le parti ed assumere subito decisioni e provvedimenti che non mettano in ginocchio il polo siderurgico e che rendano possibile far diventare Taranto il principale produttore di “acciaio verde” in Europa”, conclude Benaglia. 

 

 

 

 “La sentenza odierna del Tar di Lecce, che dispone in 60 giorni lo spegnimento degli impianti del sito tarantino  di ArcelorMittal, è la più evidente conferma di quanto Usb ha sempre sostenuto in questi ultimi mesi, ovvero che il piano presentato dalla multinazionale ed appoggiato del Governo, era fantasioso e pesantemente condizionato dall'attuale situazione ambientale”. Lo afferma il sindacato Usb con Sasha Colautti e Franco Rizzo,commentando la sentenza pubblicata oggi dal Tar Lecce, prima sezione.

   

 

 

L’Usb “ritiene che, alla luce di questa sentenza, l'unica strada percorribile è quella dell'accordo di programma. Unico strumento - si afferma - per rispondere con decisione alle legittime richieste dei cittadini, delle istituzioni locali e al loro coinvolgimento, ed unica strada su cui si possa determinare un confronto che metta al centro l'occupazione, la salute dei lavoratori e non gli interessi della multinazionale”. 

Ultima modifica il Lunedì, 15 Febbraio 2021 06:43