Domenica, 08 Dicembre 2019 12:57

LA VERTENZA/ ArcelorMittal offre un miliardo per lasciare Taranto, il Governo rilancia, più 850 milioni In evidenza

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Cominceranno alle 23 di domani sera, 9 dicembre, le 32 ore di sciopero indette da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm - con conclusione alle 7 dell’11 dicembre - per ribadire il loro rifiuto ai 4.700 esuberi dichiarati da ArcelorMittal nella ex Ilva. Lo sciopero avrà il suo clou martedì con la manifestazione nazionale a Roma. Da Taranto è prevista la partenza di 15 pullman. Ma già da domani, e poi anche martedì, si giocheranno altre partite importanti per il futuro dell’ex Ilva. Domani, per esempio, commissari di Ilva in amministrazione straordinaria e negoziatore incaricato dal Governo, Francesco Caio, presidente Saipem ed ex ad Poste Italiane, torneranno a incontrarsi per definire quello che viene presentato come il piano del Governo alternativo a Mittal proprio sulla questione occupazione, visto che il Governo, al pari dei sindacati, respinge gli esuberi. E martedì - ma potrebbe anche essere anticipato a domani - è in calendario un nuovo incontro tra Ilva in as, Caio e la multinazionale dell’acciaio con l’ad Lucia Morselli. 

 

 Nelle ultime ore si è parlato nuovamente di piano pubblico per la ex Ilva, ma anche di una exit strategy. Ovvero, di una proposta che ArcelorMittal avrebbe formulato all’esecutivo per lasciare il gruppo e riconsegnare tutto al proprietario, lo Stato, entro aprile del prossimo anno. Un miliardo avrebbe offerto Mittal al Governo per chiudere la sua gestione dell’acciaio italiano. Somma, questa, che mette insieme 500 milioni di ricostituzione del magazzino materie prime (negli atti giudiziari dei commissari si sostiene che Mittal abbia svuotato il magazzino che quando gli è stato consegnato, ad ottobre 2018, aveva appunto un valore di 500 milioni), 400 milioni di rinuncia agli investimenti ambientali sinora eseguiti dalla società e 90 milioni di fideiussione a garanzia dei canoni di fitto fa versare a Ilva in as prima di formalizzare l’acquisto per 1,8 miliardi. Il Governo, però, vorrebbe un miliardo e 850 milioni da Mittal per chiudere, rivendicando ulteriori 500 milioni a titolo di penale per scioglimento anticipato del contratto e altri 350 milioni che la stessa multinazionale non avrebbe effettuato. Un accordo del genere avrebbe l’effetto di chiudere i contenziosi giudiziari che le due parti hanno aperto al Tribunale di Milano (atto di citazione di Mittal contro i commissari e ricorso cautelare urgente dei commissari contro Mittal).

    Ma sul tavolo c’è pure una ipotesi diversa. Che fa leva sull’affiancamento dello Stato ad ArcelorMittal attraverso l’ingresso nel capitale sociale di AmInvesco - società di Mittal - con una quota pari al 18 per cento, ovvero 400 milioni. Partner dell’acciaiere potrebbe essere Invitalia ma non è del tutto esclusa anche Cassa Depositi e Prestiti. Lo Stato, inoltre, parteciperebbe a parte dei costi di investimento per l’altoforno elettrico, che serve per fare di Ilva una azienda più sostenibile ambientalmente con taglio delle emissioni. In più, ci sarebbe la riproposizione dello scudo penale ma come norma di carattere generale per le aziende che sono nelle condizioni simili a quelle di Mittal.

 

 Il Governo punta a mantenere la presenza Ilva, a rafforzarla e ammodernarla, ma soprattutto a salvare l’occupazione, oggi di 10.700 addetti diretti, di cui 8.200 solo a Taranto. Per lo Stato, la crisi del mercato siderurgico deve essere gestita con la cassa integrazione e non con gli esuberi come invece prevede il piano Mittal presentato giorni fa al Mise.

    Da domani si capirà poi quale futuro attende l’altoforno 2, che rischia lo spegnimento se la Procura di Taranto dovesse ordinare un nuovo sequestro senza facoltà d’uso. Questo sarebbe la conseguenza del diniego alla proroga chiesta da Ilva (nove mesi) per effettuare gli ulteriori lavori di messa in sicurezza dell’impianto. Al vaglio della Procura c’è la relazione del custode giudiziario della fabbrica e la Procura potrebbe esprimere già domani il suo parere per il giudice competente a decidere se accordare o meno la proroga. Quest’ultimo dovrebbe esprimersi tra il 10 e l’11 dicembre visto che la tempistica inizialmente concessa dall’autorita giudiziaria a Ilva per i lavori all’altoforno, termina il 13 dicembre. Se dal giudice arrivasse il no alla proroga, Ilva è già pronta ad impugnare il rifiuto al Tribunale del Riesame per salvare l’altoforno 2 dallo stop.

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