Lunedì, 25 Maggio 2015 16:00

CANNES 68/ Niente italiani: la Palma d'Oro va a “Dheepan” di Jacques Audiard In evidenza

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DI MASSIMO CAUSO

 

CANNES – Attese disattese, dunque. Tre più o meno giovani maestri italiani fuori quota, che hanno portato di sicuro a Cannes 68 tre dei film più importanti del concorso, grande attenzione mediatica internazionale per ognuno di loro... Eppure, nonostante le grandi speranze né Moretti, né Sorrentino, né Garrone sono entrati nelle grazie della giuria guidata dai fratelli Joel e Ethan Coen. Il cinema italiano è rimasto fuori gioco, forse danneggiato dalle troppe aspettative della vigilia, forse solo incorso in una giuria che non aveva a disposizione un giurato italiano in grado di mediare le tre opere in competizione. C'è da farne una tragedia? Niente affatto, visto che i tre film si sono comunque difesi molto bene sulla Croisette e hanno dato un quadro del nostro cinema piuttosto vario e apprezzato.

Va detto, del resto, che il palmarès con cui si è concluso ieri sera il 68mo Festival di Cannes lascia un po' spiazzati: più che sbagliato, pare inesatto... La Palma d'Oro è francese e porta il nome di Jacques Audiard, regista forte e sempre onesto, che con “Dheepan” vince finalmente il massimo riconoscimento della kermesse, dopo averlo mancato con almeno un paio di film certamente più belli di questo (“Il profeta” e soprattutto “Un sapore di ruggine e ossa”). Sulla Croisette erano in poco ad aspettarsi la Palma d'Oro per questa storia di rifugiati politici cingalesi in cerca di una vita pacifica in un turbolento sobborgo francese. Non erano certo pochi i contendenti per il posto più alto del podio, ma alla fine il cinema francese ha fatto banco, raccogliendo ben tre premi proprio nell'anno in cui tutti avevano stigmatizzato come molto discutibile la sovrabbondante (ben cinque film!) selezione francese. Vero è che “Dheepan” era il migliore dei francesi in competizione, come non dispiace certo il Premio per l'Interpretazione Maschile assegnato al grande e sinora poco celebrato Vincent Lindon, dignitosissimo e intenso protagonista di “La loi du marché”, il film di Stéphane Brizé che ricostruisce il percorso di un disoccupato cinquantenne costretto a fare i conti con il nuovo mondo lavorativo. Certamente eccessiva è invece la bandierina francese piazzata di straforo anche sul Premio per l'interpretazione femminile: Emmanuelle Bercot, nel film di Maïwenn “Mon Roi”, è brava, ma non tanto da dover condividere un ex aequo con l'ottima americana Rooney Mara, che invece ruba letteralmente la scena a Cate Blanchett nel melodramma saffico “Carol” di Todd Haynes.

Quanto al resto, a parte la clamorosa dimenticanza di “Mountains May Depart” del cinese Jia Zhang-ke, di sicuro tra i migliori film della competizione, la giuria ha assegnato premi che forse potevano essere collocati diversamente, ma hanno pur sempre colto il segno: piace il Grand Prix all'esordiente ungherese László Nemes per “Saul Fia” (Il figlio di Saul), opera di grande intensità espressiva e di forte tensione drammatica, che ricostruisce l'orribile quotidianità di Auschwitz attraverso la storia di un ebreo costretto a servire i nazisti nelle operazioni del campo di sterminio. Il Premio della Giuria è andato al greco  Yorgos Lanthimos, che con “The Lobster” ha travolto la Croisette con una parabola surreale dedicata a un immaginario mondo futuro che per legge vieta il celibato, pena la trasformazione in un animale... Il grande maestro taiwanese Hou Hsiao Hsien avrebbe di sicuro meritato la Palma d'Oro per l'eccellente “The Assassin”, ma questo rarefatto film asiatico di cappa e spada, testimonianza di altissima arte cinematografica, ha dovuto accontentarsi di un pur prestigiosissimo Premio per la Regia. Nettamente sbagliato è infine apparso il Premio per la Sceneggiatura assegnato al messicano Michel Franco per “Chronic”, dramma psicologico sul rapporto simbiotico tra un infermiere e i malati terminali che accudisce.

Massimo Causo

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