Giovedì, 21 Maggio 2015 10:41

CANNES 68/ Arriva Sorrentino ed è il tempo della “Giovinezza” In evidenza

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di MASSIMO CAUSO

CANNES – A Cannes 68 è infine arrivato anche il tempo della giovinezza. E’ di scena “Youth” firmato Paolo Sorrentino, sul red carpet della Croisette assieme al suo cast stellare: Michael Cane, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda… In conferenza stampa Michael Caine lo definisce “uno dei più grandi registi del mondo”, mentre per la Weisz è “un autore sempre capace di privilegiare più punti di vista”. Lui gioca la carta del giovane maestro, sa bene che non gli mancano le possibilità di un piazzamento in zona Palma d’Oro: i Coen lo conoscono bene e il film potrebbe essere anche nelle loro corde. L’accoglienza della stampa internazionale si divide tra le perplessità di una parte degli italiani e dei francesi e l’entusiasmo degli anglosassoni. Intanto Sorrentino definisce “La giovinezza” un film sul tempo: “Credo che questo sia oggi l’unico soggetto possibile al cinema: lo scorrere del tempo e ciò che ne resta. Lo so che in questa maniera rischio di passare per vecchio, ma a me sta bene così: vuol dire che ho ancora tempo per fare film da giovane e allungare la mia carriera…”.

Ovviamente “La giovinezza” è proprio il film che ti aspetteresti da Sorrentino: una lunga, pensosa, lirica e ironica riflessione sugli stati spirituali di personaggi sospesi sulle loro coscienze. Lo scenario si astrae negli ambienti surreali di un grande hotel nel cuore delle Alpi, un centro termale popolato da giovani e vecchie star in pausa esistenziale. E’ qui che incontriamo due vecchi amici sull’ottantina: Fred Ballinger (interpretato da un Michael Cane ovviamente “servillizzato”…) è un noto compositore e direttore d’orchestra in ritiro, che passa le sue giornate con Mick (un Harvey Keitel che spicca per naturalezza espressiva nello scenario recitativo un po’ imbalsamato allestito come sempre da Sorrentino), un regista intento a scrivere la sceneggiatura del suo film testamento. I loro incontri quotidiani, tra ricordi di quarant’anni d’amicizia e ironici confronti su reciproci problemi prostatici, fatto da traccia al deambulare di Sorrentino tra i corridoi di questa specie di limbo, in cui le ingenue anime di tanti artisti stanno come in una sospensione amniotica, in attesa di un nuovo starter o di uno stop definitivo. C’è il giovane divo americano (Paul Dano) che, stanco di interpretare film di robot, sta preparando il suo prossimo, imprevedibile ruolo impegnato; ci sono tanti altri lunari personaggi e poi c’è soprattutto Lena, la figlia ed assistente di Fred (interpreta da una Rachel Weisz capace di momenti molto alti), rifugiatasi nell’hotel dopo essere stata improvvisamente lasciata dal marito, che poi è il figlio di Mick. Sorrentino compone l’armonia tra questi luoghi e personaggi seguendo lo schema ormai consolidato nel suo stile, alternando singole scene, in genere caratterizzate da trovate narrative o da sovversioni ironiche nei dialoghi, a sipari coreografati visivamente e scenograficamente, in cui elabora una tensione tutta ambientale e tonale. Lo snodo narrativo è offerto dalla reiterata visita di un emissario della corte britannica, che vorrebbe ottenere la presenza di Fred a un grande concerto londinese, fortemente richiesta dalla regina in persona, e che non riesce ad accettare il diniego del musicista a dirigere la Royal Orchestra per l’esecuzione di un suo celebre brano. I “motivi personali” che Fred adduce per il rifiuto stanno nascosti nei suoi sentimenti e nella sua storia d’amore con una moglie, che aleggia come un fantasma sulla sua coscienza. “La giovinezza” resta ovviamente il grande mito romantico di una umanità che cerca l’eterno e si rotola immancabilmente nell’immanente, nei piccoli drammi delle emozioni, delle presunzioni, delle incomprensioni. Sorrentino cavalca il lirismo di un mood terminale che sopravanza l’esistenzialismo del Jep Gambardella della “Grande bellezza”: questo suo nuovo film è composto sulle geometrie di relazioni senza mondo, astratte in uno scenario quasi onirico, che sposta l’ispirazione immancabilmente felliniana del regista dalla Roma della “Dolce vita” alla stazione termale di “Otto e mezzo”. Il problema è che Sorrentino è ben lungi dall’essere Fellini: la sua maestria sta tutta nell’artificio del suo filmare, nella ricerca quasi ossessiva di soluzioni visive e tonali che eccedono la sostanza, in sé piuttosto elementare, dei suoi orditi. Ancor più che nei suoi film precedenti, Sorrentino nella “Giovinezza” mostra un rapporto col cinema eccessivamente formale, supino alla sua istintiva ricerca di un bello che ha qualcosa di decadente, immobile, statuario, di fronte al quale non si riesce a non nutrire un concreto sospetto di mero formalismo.

Massimo Causo

 

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