Sindacati concordi: l’ultimo decreto legge sull’ex Ilva, quello che dispone misure urgenti per la continuità operativa della fabbrica, non é quello che serve ora al gruppo dell’acciaio. Lo hanno detto i sindacati nell’audizione di oggi alla commissione Industria del Senato. Per Loris Scarpa della Fiom Cgil, “sindacati e lavoratori nei giorni scorsi hanno scioperato con un motivo preciso: far ritirare il piano presentato, da noi definito piano di chiusura, e riprendere la discussione a Palazzo Chigi per tornare a parlare del piano originario. I 108 milioni disponibili non servono ad una ripartenza effettiva degli stabilimenti. É come raschiare il barile. Il decreto é assolutamente inadeguato. Ribadiamo - sostiene Scarpa - che bisogna tornare a ragionare in merito al piano industriale che preveda dai 6 agli 8 milioni di tonnellate con i forni elettrici e gli impianti di Dri al fine di garantire la continuità produttiva, la tutela occupazionale e la transizione verso la decarbonizzazione”. Per Valerio D’Alò, della Fim Cisl, “le risorse sono insufficienti rispetto alla finalità da noi richiamata. Non garantiscono il rilancio e la prosecuzione degli impianti. La cassa integrazione, così come è stata disegnata, va in continuità con il piano di chiusura. Non abbiamo alcun passo avanti per riottenere la discussione a Palazzo Chigi. La vera necessità da noi evidenziata - rileva D’Aló - è una societa a capitale pubblico o partecipata pubblica. Non spingiamo per nessuna nazionalizzazione, ma c’é bisogno di un intervento pubblico importante". Guglielmo Gambardella della Uilm sostiene che le risorse sono “insufficienti per l’obiettivo finale. Si evita solo la chiusura immediata dell’ex Ilva, che comunque è ferma poiché va avanti con un solo altoforno, e non si scongiura il collasso dell’indotto. Quest’azienda perde 60 milioni al mese. E abbiamo un piano di rilancio non attuato e un piano di ripartenza incompiuto. Inoltre - afferma Gambardella - siamo ancora in assenza di un piano di decarbonizzazione, è irrisolta una prospettiva di lungo periodo e quando si esauriranno questi fondi, l’ex Ilva si spegnerà definitivamente. Serve un immediato confronto a Palazzo Chigi”. Per Daniele Francescangeli di Ugl, “il piano industriale é quello che mette a terra forni elettrici, Dri e riavvio della produzione”. In quanto alla formazione dei lavoratori, finanziata con il decreto, “va bene - asserisce Ugl -, ma é da rivolgere ai futuri asset aziendali”. Infine, secondo Franco Rizzo di Usb “non si é in presenza di un piano di decarbonizzazione veloce come dice il ministro Urso, ma di un piano di chiusura veloce. Nelle imprese a Taranto siamo arrivati a 300 dipendenti a rischio licenziamento tra Semat e Pitrelli e a gennaio rischiamo le 1.000 unità con un aumento di cassintegrati. Gli ultimi impianti si stanno fermando. Noi siamo stati chiari sin dall’inizio: bisogna nazionalizzare. Se un’azienda é strategica, perché l’intervento dello Stato non ci può essere ? Lo Stato deve garantire un fondo straordinario di risorse, perché con questi 108 milioni a marzo saremo già in difficoltà, e rifinanziare le bonifiche”. Infine, chiede Usb, servono “misure straordinarie per i lavoratori. C’è ormai gente che dal punto di vista mentale é proiettata ad andar via e abbiamo perciò chiesto incentivi all’esodo”.
Mercoledì, 10 Dicembre 2025 07:57
EX ILVA/ Sindacati all'unisono: ultimo decreto del Governo totalmente inadeguato In evidenza
Scritto da Redazione1
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Economia, Lavoro & Industria
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