Martedì, 26 Febbraio 2019 07:57

CORTEO/ 3 La vertenza Taranto non è chiusa, la città deve tornare ad essere luogo di confronto e non di recriminazioni In evidenza

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Un corteo silenzioso e lunghissimo che attraversa via Di Palma e via D’Aquino. Silenzio, candele accese e le foto dei bambini  morti di cancro. A reggere quelle immagini  altri bambini e mamme e papà e compagni di scuola. I tarantini ci sono, il corteo sembra non finire mai.  In testa  i genitori di Giorgio Di Ponzio l’ultima vittima di un tumore che come ha spiegato la mamma individua tra le cause scatenanti l’esposizione ad agenti inquinanti. “Avremmo potuto rimanere a piangere sul divano - ha detto la donna- invece abbiamo deciso di rialzarci”.

 

Taranto si riscopre comunità, abbassa le saracinesche dei negozi, si ferma, riflette. Ha dietro di se’ sconfitte, battaglie, illusioni, disillusioni, tradimenti, promesse mancate, errori, divisioni che hanno fatto molto comodo a chi, proprio grazie a queste spaccature, ha potuto avere mano libera nelle trattative, negli atti d’intesa, nei contratti.  L’aria è pesante, pizzica, si percepisce la presenza dei metalli e delle polveri. Nessuno forse si aspettava tanta partecipazione. E tanto silenzio, tacciono persino le suonerie dei cellulari.  È come se con questo silenzio Taranto si concedesse una piccola tregua. Una pausa dal clima di scontro perenne, dagli insulti, ma anche dall’indifferenza, dal fastidio che manifestano quelli per cui “ il caso è chiuso”. Le posizioni si sono estremizzate, manca il confronto, se difendi l’ambiente sei nemico della città e dei lavoratori, se difendi il lavoro sei nemico della salute e complice di chi inquina.  Una semplificazione che non aiuta, banalizza, impedisce qualsiasi tentativo di ricomposizione, negando la complessità di una vertenza ancora aperta. Nel corteo si riconoscono pezzi di quelle associazioni e di quei movimenti che furono protagonisti della grande stagione della protesta, quelli dei Ventimila, quelli della Tosta Tarentum. Si potrebbe dire che a rovinare quel sogno sia stata la politica, oppure che tutto si è complicato quando dalla protesta si è passati alla proposta. Ma la mancanza di un argine si avverte, si avverte la necessità che Taranto torni ad essere laboratorio, luogo di confronto, di dibattito, e non solo di recriminazioni perché che si chiami Ilva o Arcelor Mittal lo stabilimento sta lì e, malgrado qualcuno abbia tentato di farlo credere, non si può spegnere come si fa con un fiammifero. 

Letto 293 volte Ultima modifica il Martedì, 26 Febbraio 2019 08:12